Chernobyl – La zona di Alienazione

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26/11/2016

In questo articolo non vi parlerò del solito turismo fatto di relax, tranquille passeggiate o abbuffate megagalattiche: oggi vi racconterò della zona di alienazione, l’inaccessibile area di 30km attorno alla centrale nucleare di Chernobyl.

Rispetto ai miei soliti post questo sarà un articolo dove scriverò più del normale e alcune foto non saranno di grande qualità per diversi motivi ma vorrei cercare di farvi capire la situazione del territorio ma anche condividere l’esperienza che ho fatto.

Il disastro di Chernobyl è uno dei due incidenti classificati come catastrofici (livello 7 e massimo della scala INES) accaduti nella storia dell’uomo. Come ben sapete nella notte del 26 aprile 1986 presso la centrale nucleare V.I. Lenin per problemi dovuti al personale, alla dirigenza e alla progettazione della centrale il reattore numero 3 esplose disperdendo nell’atmosfera una nube tossica che arrivò persino a lambire la costa est degli USA.

All’epoca avevo la bellezza di 33 giorni, i miei nonni e mia mamma mi raccontano che all’epoca scoppiò un gran panico di massa con i media che affermavano di non far uscire i bambini, di non mangiare certe cose e via dicendo… il pericolo era invisibile! Ci sono vari studi sul numero dei morti negli anni successivi al disastro ma non metto dati perchè quei numeri sono persone… si può solo che stare in silenzio.

Quest’anno è il 30° anniversario della tragedia. Io sono stato invitato dalla Adventure Tours in Ukraine un’agenzia di tour molto particolari in Ucraina (guardate il sito). Il proprietario è Sergey, un giovane ragazzo che ha capito come poter sfruttare le risorse lasciate dall’URSS in questo stato. Mi ritengo fortunato a scrivere questo articolo perché così aiuto a pubblicizzare un’attività che fa guadagnare non solo a lui ma pure alla gente del luogo che versa in un profondo stato di povertà dovuto al territorio in cui vivono.

Che dite iniziamo il racconto?

Intanto bisogna arrivare a Kiev e devo dire che non è semplice se si vuole un diretto: c’è solo da Milano!!! Io quindi partendo da Venezia ho dovuto far scalo a Vienna… partito alle 7.25 e arrivato alle 12.40, neanche male se si pensa che c’è di mezzo lo scalo! Il viaggio A/R costa circa 300 euro quindi un prezzo che a me pare ragionevole.

Ad attendermi all’aeroporto c’è un ragazzo dell’agenzia che mi aspetta, avrà si e no 25 anni con una Daewoo degli anni ’90. Ci salgo e via, circa 2.30h di auto verso nord e il confine con la Bielorussia. Lui non parla inglese e la musica è un po’ discutibile ma non mi interessa, butto fuori il viso e faccio una delle cose che io ritengo più belle: guardo quello che mi scorre davanti cercando di capire cosa vedono i miei occhi con le conoscenze di cui sono in possesso.

Le prime 2 cose che noto subito sono delle strade immense (una 2 corsie loro è larga come una nostra autostrada) e il contrasto tra le decine di cartelloni pubblicitari che pubblicizzano cose super moderne e la periferia della città fatta di infiniti palazzi simili a quelli italiani degli anni 60. Mi metto un attimo a fissare la gente e le loro auto, si mi sembra decisamente di tornare in un film di 50 anni fa!

La periferia mi ricorda un po’ i paesaggi dell’Albania, da me visitata nel 2005, con queste case molto vecchie intervallate da altre nuovissime, molte nemmeno terminate… auto nuove fiammanti e altre che sono ruggine su 4 ruote. Il traffico è scorrevole ma più andiamo avanti più queste strade immense diventano come inutili incrociando sempre meno auto… ora mi pare di essere in Finlandia, piccole foreste di aghifogli ai 2 lati della strada che corre, senza nemmeno una curva, verso nord. Noi abbiamo dei cartelli quando entriamo in un paese… in Ucraina no… ci sono grandi steli in cemento con il nome della città e delle decorazioni, un lontano ricordo dell’Unione Sovietica. Ad un tratto i miei occhi notano qualcosa di strano: gli alberi, che poi scoprirò essere di una particolare specie, hanno poche foglie e poi ad un certo punto aumentano di colpo formando un cespuglio… mi si spiegherà poi che a seguito del disastro di Chernobyl hanno subito una mutazione genetica…

Gli alberi modificati dalle radiazioni ucraina chernobyl

Gli alberi modificati dalle radiazioni

Benvenuti nel dipartimento di Chernobyl. Notare che in passato questa zona era considerata il granaio d'Europa per questo il grano oltre al traliccio che stava a significare la centrale

Benvenuti nel dipartimento di Chernobyl.
Notare che in passato questa zona era considerata il granaio d’Europa per questo nel”cartello” il grano oltre al traliccio

Finalmente l’auto si ferma, un leggerissimo nevischio cade. Ma solo il mio autista è arrivato. Siamo al primo Check Point della zona di alienazione. Lui se ne va ma io non posso entrare, devo attendere Sergey. Intanto mi guardo intorno, sembra di essere davanti a una dogana, polizia e militari fanno la spola dall’ufficio ad ogni macchina che passa per controllare documenti e veicoli. Ci sono diverse persone che aspettano l’autobus, sembrano tutte così malinconiche… in mezzo a loro c’è un cane…è strano… lo chiamo e si avvicina timoroso, lo guardo… Chernobyl è anche su di lui…. ha il corpo sproporzionato e un occhio più grande dell’altro…poverino!

auto check point zona di esclusione chernobyl ucraina

Devo scendere, il mio autista non va più avanti

Chernobyl persone attendono autobus check point

Figure malinconiche in attesa dell’autobus

La soglia attuale di radiazione all’interno della zona di alienazione si aggira intorno ai 15 ed i 300 micro-roentgen per ora, al limite della soglia letale, che è superiore ai 300 micro-roentgen per ora.

Arriva un pulmino blu dalla parte opposta del check point, è Sergey con tutta la ciurma, sono l’unico italiano in mezzo a una decina di igers ucraini! Passo il check point con l’organizzatore che mostra il permesso statale…sì per entrare nell’area di esclusione serve un permesso speciale del governo… mostro il passaporto, mi fanno il riconoscimento facciale e controllano la valigia. SONO DENTRO!

Direzione hotel nella città di Chernobyl. Si scende dal pulmino davanti a un edificio ricoperto di lamiera gialla, non mi aspettavo l’Hilton ma questo è più un ostello che un hotel. All’interno però è pulito e tenuto bene. Anche se sono le 4 del pomeriggio pranziamo. Qui arriva il primo il primo blocco psicologico che ho superato in meno di 5 secondi. Arrivano delle terrine per ciascuno con delle verdure del luogo, non c’è molto da fidarsi ma ho fame, non mangio dalle 5 del mattino! Si passa poi a una zuppa con qualcosa di poco identificato all’interno sicuramente c’erano patate, pomodoro, della strana e molliccia pasta e carne. Ci servono poi un pesce d’acqua dolce fritto e un po’ di purè. Il tutto accompagnato da bottigliette d’acqua e un bicchiere di una specie di tisana con una fragola sul fondo. Usciamo e andiamo a scoprire questa città. Pensate che nel 1986 Chernobyl contava 13.000 abitanti e una storia di circa 800 anni, ora vivono circa 500 anime e camminare in una città deserta con tutti i servizi chiusi non mette molta allegria fidatevi. Entriamo in un edificio completamente buio, apriamo la porta e ci troviamo in un atrio altrettanto buio. Apriamo un’altra porta e mi ritrovo catapultato di almeno 30 anni indietro: siamo in uno store/bar… mi dicono che è l’unico negozio della città che funge da supermercato, in pochi metri si trova l’essenziale sia per il cibo che per la casa…detersivi, pile, lampadine, salami, formaggi, alcool, coca cola, ecc. il tutto dentro a frigoriferi e banconi dell’epoca sovietica… i miei compagni ucraini scherzano dicendo che tutto è rimasto tale e quale, anche le persone indicando la vecchia dietro il bancone!

La sera la passiamo a bere della vodka artigianale portata dai miei compagni di avventura mixata con altre cose del posto… lascio tutti però alle 10.30 perchè sono davvero stanco del viaggio…gli altri dai racconti a me giunti si son ubriacati e fatto festa… ah non sono più giovane!!!

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Lo store della città di Chernobyl

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La mattina fresco come una rosa vado a far colazione… mi aspettava ancora quella bellissima tisana con la fragola, un formaggio versione tarocca dell’edammer, uno strano salume e delle palacinche con dentro delle bacche e una sottospecie di nutella… insomma si prende e si butta nello stomaco facendolo passare il tutto il meno possibile sulle papille gustative!

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Hotel super lusso!

Esco tutto bello pronto e vedo che nella notte una leggera coltre bianca si è appoggiata in ogni cosa… mi passa per la testa una cosa “neve radioattiva” ma poi ci penso e dico che è impossibile perchè son nuvole che arrivano direttamente dalla Siberia e comunque è una gran cazzata! Sale con noi un abitante del posto, tarchiato, provato dal tempo, il classico russo dei film… è la nostra guida! La strada è lunga, dritta, larga e bianca… si incrociano pochissime sparute auto. Ad un tratto l’autista frena bruscamente perchè non ha visto una strada non segnalata sulla sinistra e vi si immette. Gli alberi della foresta a destra e a sinistra, la strada e la bufera di neve. Procediamo e ad un certo punto davanti a noi si staglia una cosa altissima, non riesco a capire cos’è! Poco più avanti ci fermiamo in davanti ad un cancello verde militare con due grandi stelle rosse dell’Unione Sovietica. Un militare esce da una vecchia garitta e ci controlla i permessi. Guardo la vecchia mappa ed è segnato che qui c’è un giardino e una scuola pubblica… varco il cancello e mi ritrovo in una vecchia caserma abbandonata, camminiamo lungo edifici dismessi sotto la neve che silenziosa cade. Ad un tratto guardo in alto, sono al cospetto del Duga-3, scopro che questa  caserma fino alla fine della guerra fredda era una base segreta, sconosciuta anche alla NATO, del KGB.

Alto come un grattacielo, lungo come una nave da crociera sono proprio dinnanzi ad uno dei più grandi radar mai esistiti al mondo. Qui ho capito la vera potenza e pazzia della guerra fredda. Questo radar era stato creato per l’individuazione dei missili nucleari balistici statunitensi. Il vento freddo che penetrava nell’infrastruttura provocava un rumore di sottofondo forte, come se la gigantesca antenna dopo 27 anni avesse ripreso a funzionare. Pensate che in passato iniziarono a girare leggende che dicevano che l’antenna serviva addirittura a controllare le menti umane!

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Entrata nella base del KGB

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Guardia entrata DUGA 3 chernobyl

Guardia entrata DUGA 3

Duga 3 chernobyl pripyat

Guardia entrata DUGA 3

Duga 3 chernobyl pripyat

Duga 3 chernobyl pripyat

Duga 3 chernobyl pripyat

 

Duga 3 chernobyl pripyat

La nostra guida locale!

Duga 3 chernobyl pripyat

Chernobyl duga 3 pripyat

Uffici Duga 3

Ormai la neve è la padrona di ogni cosa, torniamo sullo stradone deserto principale ma dopo altri 2km prendiamo una stradina sconnessa larga quanto il mezzo. Questa è lunga… davvero lunga… almeno 5km senza una minima curva, affianco un terreno arido, spento, con una vegetazione bassa e qualche sparuto albero… ci si ferma al limitare di alcune case diroccate, questo era villaggio di agricoltori. In fila in mezzo a un bosco ci sono almeno 20 trebbiatrici. Sono vecchie e arrugginite ma è come se fossero pronte a ripartire per un nuovo giorno di lavoro. Camminiamo tra queste case e alla fine del villaggio troviamo diversi bus…. sono quelli usati per evacuare tutta la popolazione i giorni successivi al disastro. Un’aurea cupa mi invade alla loro vista.

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Una volta campi.. ora steppa su un terreno incoltivabile

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Dopo diverse foto ripartiamo. Arriviamo all’ultimo check point, controllato da una sola guardia che, inizialmente, nemmeno si accorge di noi sotto la fitta nevicata. Un veloce controllo dei permessi ed entriamo. Siamo in mezzo a un rado bosco ma vedo che attorno a noi iniziano a esserci diverse diramazioni e poi come d’improvviso tra gli alberi compaiono i primi grandi condomini. Siamo arrivati. Da anni sognavo questo posto e mai avrei immaginato di essere così fortunato di beccare pure la neve. Signori benvenuti nella regina delle ghost town: Pripyat!

Pripyat è la cittadina più vicina alla centrale di Chernobyl (3km). Per la precisione nel 1970 l’URSS decise che, per dare una casa ai lavoratori della centrale, bisognasse costruire proprio là una città per i lavoratori della centrale di Chernobyl. Questa, visto il tenore di vita più alto rispetto alla media dell’Unione Sovietica, crebbe molto velocemente fino ad arrivare nel 1986 a 47.000 abitanti.

Il pulmino procede in un dedalo di strade attorniate da alti condomini come quelli italiani degli anni 60. Ad un certo punto ci fermiamo e mettiamo giù i piedi nella candida neve, ci dirigiamo verso un edificio diverso dagli altri, è il centro sportivo polifunzionale della città. Pensate che questo edificio è rimasto in funzione fino al 2000, al servizio dei liquidatori. Al primo piano si trova una grande palestra con in parte un pavimento in legno ancora in buono stato e dei tabelloni per giocare a basket, passando per gli spogliatoi poi si giunge alla piscina con ben 6 corsie e 2 trampolini. Camminiamo principalmente sui i vetri rotti delle grandi vetrate e l’acqua che è filtrata dalle finestre rendendo il tutto molto scivoloso. Al secondo piano invece ci sono varie stanze che dovevano fungere da palestre con vari attrezzi ginnici.

basket pripyat chernobyl

piscina pripyat chernobyl

piscina pripyat chernobyl

piscina pripyat chernobyl

 

Usciamo dal portone principale e mi ritrovo davanti a un bosco con un piccolo sentiero, lo seguo fino a ritrovarmi in un cortile di una scuola media. All’interno i banchi sono ancora più o meno in ordine come se domani gli alunni dovessero riprendere le lezioni: i quaderni e i libri sono sopra ad ogni banco e i miei compagni di viaggio si divertono a leggere i libri in russo.

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chernobyl prypiat scuola

chernobyl prypiat scuola

chernobyl prypiat scuola

Iniziamo a percorrere una delle strade principali, mi copro ancora di più perchè la neve ormai scende bella fitta. Questa rende ancora più strano il paesaggio con giganteschi palazzi che appaiono dal nulla in mezzo alla vegetazione a destra e a sinistra. Finalmente ci fermiamo ed entriamo nel condominio più alto della città situato a pochi passi dalla piazza centrale.

16 piani uno dietro l’altro senza fermarsi, sarà stata l’adrenalina ma la fatica non l’ho proprio sentita! Arrivati in cima un vento gelido accompagnava la neve. Avevo una vista a 360° della città, era incredibile. La neve non mi permetteva di vedere oltre 1km di distanza (infatti non vedevo la centrale). Guardandomi attorno non vedevo altro che una distesa di edifici grigi ricoperti di neve e la vegetazione che ormai regnava sovrana. Mi sono immaginato che 30 anni fa d’inverno lo spettacolo dall’alto doveva essere molto simile ma con meno vegetazione e i comignoli fumanti delle case. Scendendo i vari piani mi soffermo negli appartamenti, 16 piani tutti completamente uguali proprio come voleva il comunismo, pure gli stessi elettrodomestici!!!

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chernobyl prypiat

pripyat chernobyl

pripyat chernobyl

pripyat chernobyl

 

pripyat chernobyl

 

Ci buttiamo dentro al pulmino per scaldarci un attimo con un thermos di te e dei biscotti ucraini ma corro subito fuori per andare a fotografare l’attrazione preferita dei turisti di Pripyat: il parco dei divertimenti!

Il parco doveva aprire il 1° maggio del 1986. Il 26 aprile il vento portò qui le prime particelle radioattive, le quali investirono anche la grande foresta proprio alle spalle del parco. Questa foresta, che morì in pochi giorni, è stata chiamata Foresta Rossa dagli abitanti del luogo, per via del colore degli alberi determinato dalle radiazioni. Le attrazioni sono 4 (ruota panoramica, altalene, ottovolante e autoscontri) e stanno ancora aspettando che un bimbo faccia il primo giro…

Qui mi soffermo a parlare con Alina. Lei è una fotografa che vive a Berlino. La differenza tra lei e gli altri è che lei è nata a Pripyat, aveva 1 anno quando accadde il disastro di Chernobyl. Ovviamente essendo ancora in fasce non ricorda nulla ma potete trovare nei suoi lavori l’anima delle persone di questa città specialmente nel suo libro “Pripyat Mon Amour”.

pripyat chernobyl luna park

pripyat chernobyl luna park

pripyat chernobyl luna park

pripyat chernobyl luna park

pripyat chernobyl portrait

pripyat chernobyl portrait

 

Nella zona di alienazione ripensandoci ci sono un sacco di suoni doversi dal resto del mondo: l’assenza totale del cinguettio degli uccelli, il rumore di vetri che si sbriciolano sotto i piedi, i continui click delle macchine fotografiche e i ronzii dei contatori Geiger.

Riprendiamo il nostro camminare, ormai zuppi dopo una giornata sotto la neve, passando il grande cancello in cemento armato del mai inaugurato stadio dell’FC Stroitel Pripyat, la squadra della città. Ebbene si mai inaugurato perchè anche l’impianto doveva essere inaugurato, come il parco, il 1° maggio durante una partita di coppa. Mi ritrovo davanti alla grande tribuna da 5.000 posti ormai con le sedie marce, l’anello della pista di atletica è l’unica cosa visibile perchè al centro ora al posto del campo c’è un bosco fitto.

Dopo lo stadio cerchiamo di arrivare camminando tra la vegetazione alla scuola N5 (quella precedente era la N3), non mi dilungo perchè è molto simile alla precedente solo che più grande.

Ormai si era fatto tardi, dobbiamo uscire dalla zona di alienazione. Risaliamo sul pulmino e via. C’è un silenzio greve nel pulmino. Il primo check point si passa in agevolezza senza problemi. Mentre nel secondo e nell’ultimo bisogna fare il test antiradiazioni. Ad uno ad uno si passa dentro ad una macchina simile a quella che ti fa i raggi X quando sei dal dentista, metti i piedi, le mani e gli occhi dove indicato e aspetti, quando si accende la luce verde la sbarra si apre e puoi passare dalla parte opposta del check point. Se non si accende la luce verde ti tocca la doccia chimica!

Usciti dalla zona di alienazione ci fermiamo al primo locale per scaldarci un po’ e mangiare il boorst, unaa zuppa tipica ucraina. Mi rendo conto che quando sei lì, sei così assorbito da ciò che ti circonda che a stento interagisci con gli altri membri del gruppo finché non ti siedi a mangiare. A Pripyat ho avuto la sensazione di essere praticamente da solo in un posto in cui un tempo c’era tantissima vita, in certi momenti mi trovavo da solo nelle stanze e avrei voluto che ci fosse qualcuno con me, ma questa non era paura… era qualcos’altro che non so descrivere!

L’area di alienazione non è solo quello che vi ho raccontato, vi mostro quindi altre foto fatte dal mio amico Artem Melnichuk

Benvenuti a Prypiat

Benvenuti a Prypiat

Contatore Geiger con sullo sfondo la centrale nucleare

Contatore Geiger con sullo sfondo la centrale nucleare

Ponte ferroviario

Ponte ferroviario

Il reattore numero 4, in costruzione e mai terminato

Il reattore numero 4, in costruzione e mai terminato

Tornato a Kiev ho dovuto buttare via tutte le cose da vestire che avevo usato in quei giorni per non incorrere nell’avere qualche piccolo granello di polvere radioattivo rimasto impiagliato. È una procedura che viene consigliata a tutti di fare.

Se prima del viaggio ho cercato tantissime info del posto quando sono tornato ho passato diverso tempo a cercare altri racconti e foto di Pripyat… ho lasciato un pezzo di me in quella città, è stata un’esperienza davvero molto profonda… vi consiglio di andare a visitare la zona di alienazione di Chernobyl? Non lo so, io ho sempre desiderato esplorare questo posto e ci tornerei subito… ma è una vacanza diversa, anche rispetto a quello che mi aspettavo, non so come spiegarlo. Per me ha qualcosa di davvero magnetico.

Voi così a primo impatto ci andreste?

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4 Comments
  1. Rispondi

    Anna Cendron

    09/12/2016

    Ciao GRAZ!
    Sono riuscita solo ora a terminare la lettura.
    I miei complimenti, sai fare apprezzare anche zone come queste dimenticate da tutti.
    Un caro saluto ed un arrivederci a presto!

    • Rispondi

      Federico Graziati

      12/12/2016

      Ciao Anna!!! Ti ringrazio davvero molto per il commento, sono contento che ti sia paciuto! A prestissimo 🙂

  2. Rispondi

    Lara

    30/06/2017

    A primo impatto ti ho detto di no. Pervasa da un misto di inquietudine e tristezza. Mi sono soffermata su questo passaggio: “in certi momenti mi trovavo da solo nelle stanze e avrei voluto che ci fosse qualcuno con me, ma questa non era paura… era qualcos’altro che non so descrivere!”
    Ho riguardato le tue foto. Abbandono. Immensa solitudine. Immobile. Ricordi spezzati. Agghiacciante fascino spettrale.
    Qualcuno con il quale condividere? Non intendo semplicemente presente. Una reale intesa. Anche senza parole. Un’anima complice.
    E’ il mio tentativo di risposta.
    Grazie per il tuo racconto e le tue foto. Emotiva come sono, ora è comunque un’esperienza che vorrei vivere.

    • Rispondi

      Federico Graziati

      09/07/2017

      Un’esperienza non facile da fare ma spero che in futuro riuscirai Lara =)

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FEDERICO GRAZIATI
Treviso - ITALY

Nel mio passaporto c'è scritto Federico Graziati ma puoi chiamarmi Fede o Graz. Lavoro nel mondo della comunicazione e sono per passione fotografo e instagramer. Uso questo questo spazio per raccontare quello che vedo attraverso i miei occhi. Le foto dei posti e delle cose che ho l'opportunità di visitare penso siano il miglior strumento che io possa usare per condividere le mie esperienze con voi. Seguimi per trovare la vera essenza della scoperta!

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  • ~ peace ~

ITA 🇮🇹 Legenda narra che gli igers italiani, se non hanno tempo o non sanno cosa fotografare, caricano una foto di una strada pedonale o stretta e lo chiamano, pensando di tirare fuori un'emozione in voi, vicoletto.
Si oggi sta accadendo anche a me.
Però Spoleto merita davvero, credo sia ina delle poche città del Centro Italia pronte per ricevere nella migliore maniera il turista.
~
ENG 🇬🇧 A legend tells that Italian igers, if they haven't time to shot or don't know what to photograph, upload a photo of a pedestrian or narrow street and call it, thinking of bringing out an emotion in you, alley.
Yes today is happening to me too.
But Spoleto really deserves, I think it is one of the few cities of central Italy ready to receive in the best way the tourist.

#fromGrazEyes
  • ~ covered ~

ITA 🇮🇹 Questo splendido faro si trova a nord-ovest del porto di Le Conquet nel Finistère in Bretagna.
Il faro è stato costruito nel 1849 su una roccia sulla punta della penisola di Kermorvan.
Una zona silenziosa ma carica di storia recente.
E' collegato alla terraferma da un ponte in granito.
~
ENG 🇬🇧 This beautiful lighthouse is located northwest of the port of Le Conquetin Finistère (Brittany).
The lighthouse was built in 1849 on a rock at the tip of the Kermorvan peninsula. 
A quiet area but full of recent history.
It is connected to the mainland by a granite bridge.

#fromGrazEyes
  • ~ wine & fashion ~

ITA 🇮🇹 Come diceva Goethe: "Una donna e un bicchiere di vino soddisfano ogni bisogno, chi non beve e non bacia è peggio che morto", voi siete d'accordo?
Una donna affascinante, un bel vestito, un calice di buon vino di Opere Serenissima. Trovate che ci sia qualcosa di più affascinante?
~
ENG 🇬🇧 As Goethe said: "A woman and a glass of wine satisfy every need, whoever does not drink and does not kiss is worse than dead", do you agree?
A charming woman, a beautiful dress, a glass of good wine. Do you find that there is something more fascinating?

Model: @irenepolli_

#ad per @villasandi

#fromGrazEyes #Venicefashionweek #VillaSandi #VeneziaDaVivere
  • ~ like old memories ~

ITA 🇮🇹 A volte rivedere foto molto vecchie ti fa voglia di pubblicarle. Ecco è appena successo.
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ENG 🇬🇧 Sometimes reviewing very old photos makes you want to publish them. Here it is just happened.

#fromGrazEyes
  • ~ black & green ~

ITA 🇮🇹 Ci sono luoghi che sono entrati nella leggenda per motivi diversi. Uno di questi è certamente il Passo Fedaia.
Nel mondo del ciclismo questa salita, lato Veneto, è legata a una delle imprese più belle della storia del Giro d’Italia. Quella di Marco Pantani del 1998. Il Pirata scattò sul rettilineo di Malga Ciapela insieme a uno splendido Guerini, lasciando la maglia rosa Zuelle quasi piantato sui pedali a guardarli andare via con una leggerezza irreale.
Quasi 13km, oltre 1.000 metri di dislivello con punte del 18% di pendenza. Un massacro per le gambe!
D'inverno invece, se notate c'è un sottopassaggio, è la pista che collega Malga Ciapela con gli impianti che arrivano da Arabba.
~
ENG 🇬🇧 There are places that have entered the legend for different reasons. One of these is certainly the Fedaia Pass.
In the cycling world this ascent, on the Veneto side, is linked to one of the most beautiful companies in the history of the Giro d'Italia: Marco Pantani in 1998. The Pirate snapped on the straight of Malga Ciapela together with a splendid Guerini, leaving the pink shirt Zuelle to watch them go away with an unreal lightness.
Almost 13km, over 1,000 meters in altitude with peaks of 18% slope. A massacre for the legs!
In winter instead, if you notice there is an underpass, it is the track that connects Malga Ciapela with the lifts coming from Arabba.

#fromGrazEyes
  • ~ undaunted ~

ITA 🇮🇹 Il guardiano del faro di Capo Caccia è Luigi Critelli, genovese, che vi è entrato nel Dicembre del 1994. La sua è una storia particolare : impiegato presso l’Istituto Idrografico della Marina Militare a Genova non aveva una particolare inclinazione per i fari, ma solo un grande amore per il mare e la pesca ma si trovò tra le mani un foglio della Marina Militare che cercava personale civile disponibile a lavorare nei fari.
Fu quasi una folgorazione e, dopo aver convinto la sua famiglia, fece domanda alla Marina che l’accettò. Il 21 Dicembre 1994, Luigi arrivò a Capo Caccia.
Era una scommessa, la moglie, Maria Teresa, insegnante, i figli, Vincenzo e Fiorenza, ancora piccoli, erano rimasti a casa in attesa che lui si sistemasse e lui si sistemò, superando le difficoltà dell’inizio con l’entusiasmo di un neofita.
La famiglia si riunì presto ed ora vivono tutti nel faro in una beata solitudine che non dispiace a nessuno. Conducono una vita come quella di tutte le altre famiglie, la moglie insegna ad Alghero, i figli, ormai grandi, vanno a scuola e Luigi ha le sue quotidiane mansioni a cui attendere, ma quando si riuniscono lo fanno in una casa bomboniera, affacciata sull’infinito.
~
ENG 🇬🇧 The guardian of the lighthouse of Capo Caccia is Luigi Critelli, from Genoa, who entered in December 1994. His is a particular story: employed at the Hydrographic Institute of the Navy in Genoa he  hadn't a particular inclination for the lighthouses, but just a great love for the sea and fishing. He found a sheet of the Navy who was looking for civilian staff available to work in the lighthouses.
After convincing his family, he applied to the Navy who accepted it. On December 21st 1994, Luigi arrived at Capo Caccia.
It was a gamble, his family stayed home waiting for him to settle down and he settled down, overcoming the difficulties with the enthusiasm of a neophyte.
The family gathered early and now they all live in the lighthouse in a blissful loneliness that does not displease anyone. They lead a life like that of all the other families but they live a candy-box house, overlooking infinity.

#fromGrazEyes
  • ~ Honfleur ~

ITA 🇮🇹 Durante il mio viaggio in Francia ve l'ho mostrata di giorno, oggi ve la mostro di notte.
Le stradine acciottolate, le facciate a graticcio, le piccole boutique, gli hotel de charme e i ristoranti tipici rendono Honfleur uno dei paesi più belli della Normandia.
~
ENG 🇬🇧 During my trip to France I showed you this city during the day, today I show you it at night.
The cobbled streets, the half-timbered façades, the small boutiques, the charming hotels and the typical restaurants make Honfleur one of the most beautiful villages fo Normandie.

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  • ~ waiting the mountain ~

ITA 🇮🇹 Non vedo l'ora di tormare tra i monti.
Sicuramente sarà questo mese.
Andrò in un posto in cui si vive una montagna diversa da quella a cui solitamente sono abituato però dal programma che sto creando sarà davvero piacevole.
Sono sicuro che piacerà a tutti, anche ai più scettici.
~
ENG 🇬🇧 I can't wait to return in the mountains.
Surely it will be this month.
I will go to a place where you live a different mountain from the one I'm usually used to but the program I'm creating will be really nice.
I'm sure everyone will like it, even the most skeptical.

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